Paolo Schicchi: LE CAROGNE

C’era una volta un branco di pecore che pascolava liberamente. L’erba era tenera ed abbondante ed il prato era fiorito. Vennero i lupi. Le pecorelle tremarono di paura e ricorsero ai pastori per protezione. Ma i cattivi pastori, dopo averle munte e tosate ben bene le consegnarono ai macellai.
Questa è la vecchia favola, tante volte detta e ripetuta, sui cattivi pastori, che oggi calza più che mai a meraviglia addosso ai mestatori del ciuccialismo riformato.
Egli è fuori dubbio che il vecchio millenario sogno di uguaglianza e di libertà aveva preso la sua più completa forma nella nuova dottrina del socialismo. La borghesia tremò e nella paura divenne feroce.
Volle prevenire il pericolo e ricorse alla repressione violenta, al piombo degli scherani, al carcere, all’esilio. Al domicilio coatto.
Ma le idee non muoiono e il malcontento esplode di frequente nelle sommosse, nei moti insurrezionali, che vengono soffocati nel sangue.
Le tenebre della reazione vengono rotte da vividi bagliori d’incendio.
Più la reazione infuria e più si accende il desiderio della libertà e della vendetta.
Ma disgraziatamente il socialismo aveva il suo dato debole. Esso lasciava intatto il principio dell’autorità, e questa sua manchevolezza doveva condurlo al fallimento.
Ben presto gli elementi autoritari presero il sopravvento e incanalarono il movimento sulla falsa strada del socialismo di Stato.
La borghesia comprese che questa era la sua ancora di salvezza. Non potendo più ostacolare la marcia del proletariato, finse di seguirla. Molti elementi borghesi si infiltrarono nelle file proletarie e si diedero con ardore ad organizzare le masse nelle camere del lavoro e nelle leghe di resistenza.
Essendo essi gli elementi più colti, presero ben presto il sopravvento e accentrarono nelle loro mani tutto il movimento operaio. I lavoratori allettati dai vantaggi immediati, che conseguirono nella lotta contro il capitale, si affidarono ciecamente all’opera dei dirigenti.
Ma i cattivi pastori mentre predicavano la rivoluzione, meditavano il tradimento, ed intanto invigliacchivano le masse con l’elezionismo, facendo balenare la speranza di arrivare alla piena emancipazione colle vie legali. Il suffragio allargato compì l’opera.
Quando le masse, stanche della lunga attesa volevano venire ad un’azione energica, i bravi pastori, teneri del benessere del proletariato, si scalmanavano a consigliare la calma.
Il momento non è propizio! I tempi non sono maturi!
 
E i lavoratori ritornavano tranquilli all’ovile a farsi mungere, aspettando che i tempi maturassero. Aspetta cavallo che l’erba cresce.
La borghesia intanto preparava tranquillamente le armi per l’immane macello, nel quale dovevano morire milioni di operai, i più giovani, i più irrequieti, i più entusiasti per l’ideale.
Finita la carneficina, i superstiti, vistisi ancora ingannati e delusi nelle legittime speranze, vollero tentare il cimello finale per spezzare il giogo opprimente.
I condottieri compresero che non potevano più recitare l’indegna commedia e da tutti i pulpiti predicarono la rivoluzione. Ma quando giunse il momento, quando il grande esercito mobilizzato iniziava l’assalto delle posizioni nemiche coll’occupazione delle fabbriche e dei latifondi, i pastori si ritirarono in disparte, lasciando le masse disorientate. Non contenti di ciò misero mano alle pompe e con le docce fredde dei concordati e dei controlli operai fecero sbollire tutto l’entusiasmo, gettando nei cuori lo sconforto e la disperazione.
Così la rivoluzione liberatrice, che si era affacciata con tanto vigore, vilmente tradita, moriva sul nascere, dando adito alla borghesia di organizzare una feroce reazione. I rappresentanti del pus cadaverico gongolanti di gioia sentenziarono che il tempo non era ancora maturo e che pel momento conveniva rientrare nei limiti della legalità. Iniziarono così il tanto sospirato movimento collaborazionista che culminò nella salita al Quirinale di Filippo il Turacciolato e nella solenne coglionatura subita dal medesimo. Eppure il proletariato baggeo, così vilmente tradito, continua a prestar fede a tutti i pagliacci del ciuccialismo deformato, ed invece di appenderli ai lampioni, come meriterebbero, continua ad ardere loro l’incenso e ad accendere i ceri.
Forse crede in buona fede di non essere ancora maturo, o sente veramente il bisogno di essere tenuto alla catena?
Ma ecco che a disilludere anche i più ingenui, gli eroici pompieri buttano finalmente la maschera e confessano cinicamente il loro vile tradimento. Nel recente convegno di Milano, al quale presero parte quasi tutti i social traditori, più o meno deformati, forse per cattivarsi le simpatie dei fascisti e risparmiare dai randelli il loro pieghevole groppone, ovvero per conservare la medaglietta conquistata coi voti estorti ignominiosamente ai lavoratori, e per godersi tranquillamente il beneficio dell’indennità parlamentare, hanno fatto a gara nello sconfessare il loro passato rivoluzionario (?) e i loro peccati giovanili.
Fra gli altri il barbuto aragonese, con la sua faccia da sputi, ebbe l’eroico coraggio di dichiarare senza ambagi: «Noi al congresso di Roma dobbiamo ricordare i nostri avvertimenti contro le violenze, e contro il socialismo così detto di guerra, non dobbiamo parlar chiaro (finalmente!) confessando i nostri errori. È stata ad ogni modo una fortuna che torna a nostro onore l’avere impedita la rivoluzione» (L’Ora, n.214 del 12-9-1922).
Si poteva essere più spudorati? E voi proletari avete capito? Sono stati gli aragonesi, i turacciolati, i trampolini, e simile lordura che hanno impedito la rivoluzione. Sono stati essi che, dopo avervi spinto all’azione, vi hanno vilmente tradito e consegnato, legati mani e piedi alla reazione borghese, culminata nella violenza del fascismo.
Non contenti di ciò, questi… signori, continuano a consigliarvi la rassegnazione; e vi tentano ancora, gli scellerati, incitandovi a lasciarvi ricostruire in santa pace. 
Eccoli ora smascherati e denudati. Osservatele queste immonde carogne nella loro oscena nudità; ma badate di turarvi bene il naso, perché non vi ammorbino col loro lezzo impuro. 
Ed ora proletari continuate ad adorare i vostri cari pastori: ardete un cero a santo spiridione perché ve li conservi sani, onde possano ben tosarvi prima di consegnarvi al beccato. Continuate a farvi mitragliare nelle piazze, per deporre nell’urna falsa la scheda che porterà tali carogne putrefatte alla mangiatoia di Montecitorio.
Non vi persuaderete mai che di tali esseri immondi dovrebbe essere purgata e per sempre l’umanità?
Quando imparerete a far da voi stessi, a fare a meno di tutti i pastori, buoni soltanto per mungere e tosare le pecorelle mansuete e poi consegnarle al beccaio?
Solo quando riuscirete a liberarvi da tutti i prebendati, da questa brutta genia di mascalzoni, arruffapopoli, solo allora v’incamminerete a testa alta alla conquista della libertà; solo allora compirete la grande rivoluzione sociale nel solo nome dell’anarchia.
Euno [Paolo Schicchi]
[Il Vespro Anarchico, anno II, n. 33, 20 ottobre 1922]

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