Ad Albert Libertad: “La gioia del vivere”

Libertad era solito organizzare anche feste, balli e gite campestri, conseguentemente alla sua visione dell’anarchismo come «gioia di vivere» e non come sacrificio militante e pulsione di morte, cercando di conciliare le esigenze dell’individuo (nel suo bisogno di autonomia) con la necessità di distruggere la società autoritaria. Libertad infatti superò la falsa dicotomia rivolta individuale/rivol

uzione sociale, evidenziando che la prima è solo un momento della seconda, non certo la sua negazione: la rivolta non può che nascere dalla tensione individuale del singolo, la quale, per estendersi, può solo sfociare in un progetto sociale di liberazione. Per Libertad l’anarchismo non consiste nel vivere separati da ogni contesto sociale in qualche fredda torre d’avorio o in qualche isola felice comunitaria, né vivere sottomettendosi ai ruoli sociali procrastinando ad oltranza il momento in cui mettere in atto le proprie convinzioni, ma vivere qui ed ora come anarchici, senza concessioni, nella sola maniera possibile: rivoltandosi. Ed ecco che, in questa prospettiva, rivolta individuale e rivoluzione sociale non si escludono più a vicenda, ma si integrano.
Questa concezione di vita esige una concordanza fra teoria e pratica che rende furiosi i vari evangelisti che pensano di poter essere rivoluzionari pur continuando ad essere impiegati di banca, docenti universitari, commercialisti, burocrati ministeriali o portaborse di grandi case editrici, lasciando a un meccanismo storico esterno il compito di trasformare la realtà. Come ebbe a dire lo stesso Libertad: «la nostra vita è un insulto per i deboli e i bugiardi che si vantano di un’idea che non mettono mai in pratica». Nelle sue memorie Victor Serge così ricorderà il fascino esercitato dalle idee di Libertad: «L’anarchismo ci prendeva per intero perché ci chiedeva tutto, ci offriva tutto: non c’era un solo angolo della vita che non rischiarasse, almeno così ci sembrava. Si poteva essere cattolici, protestanti, liberali, radicali, socialisti, anche sindacalisti senza nulla cambiare della propria vita, e per conseguenza della vita: bastava dopo tutto leggere il giornale corrispondente; a rigore frequentare il caffé degli uni o degli altri. Intessuto di contraddizioni, dilaniato in tendenze e sottotendenze, l’anarchismo esigeva anzitutto l’accordo tra gli atti e le parole…».
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